Sogno un corridoio lunghissimo, che non ho mai visto, eppure mi sembra familiare: le pareti sono color crema, il pavimento è di marmo freddo e nell’aria un profumo misto di tè nero, gelsomino, polvere antica, pioggia estiva. In fondo, seduta con la coda avvolta attorno alle zampe c’è la mia gatta che mi guarda immobile. «Finalmente», dice. Mi fermo di colpo, non perché una gatta che parla sia particolarmente strano, ma perché la sua voce è profonda, calma, quasi teatrale: una