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Un gatto sulle sponde del Nilo

Immagine del redattore: Fiammetta
Fiammetta
7 set
Tempo di lettura: 3 min

Sogno un corridoio lunghissimo, che non ho mai visto, eppure mi sembra familiare: le pareti sono color crema, il pavimento è di marmo freddo e nell’aria un profumo misto di tè nero, gelsomino, polvere antica, pioggia estiva.

In fondo, seduta con la coda avvolta attorno alle zampe c’è la mia gatta che mi guarda immobile.

«Finalmente», dice.

Mi fermo di colpo, non perché una gatta che parla sia particolarmente strano, ma perché la sua voce è profonda, calma, quasi teatrale: una voce da creatura che ha visto cadere imperi, nascere costellazioni e rompersi almeno tre vasi importanti senza mai prendersene la colpa.


«Tu parli?»

Morri sbatte lentamente le palpebre.

«Sempre. Sei tu che da sveglia ascolti poco.»

Vorrei offendermi, ma con una tale eleganza non trovo niente da ridire.

Lei si alza, si stiracchia e comincia a camminare lungo il corridoio. La seguo e noto che ad ogni suo passo il pavimento cambia: prima marmo, poi sabbia dorata, poi mosaici azzurri e verdi, poi legno scuro, come quello delle biblioteche antiche.

«Dove stiamo andando?»

Non si volta nemmeno.

«Nel posto in cui tieni le cose che sai, ma che non vuoi ancora ammettere».

Continuiamo a camminare ancora un po’, e alla fine arriviamo davanti a una porta più grande delle altre, ricoperta da lune, occhi, piume e piccole impronte feline.

Morri la spinge con la testa e la porta si apre senza fare rumore: dentro c’è una sala enorme, illuminata da lampade basse e al centro c’è un trono.

Salta sul cuscino più alto e per un istante cambia. Non è più soltanto la mia gatta, o forse è ancora lei, ma attraversata da qualcosa di molto più antico: i suoi occhi diventano verdi come pietre del Nilo, il pelo sembra brillare di polvere d’oro e attorno al collo compare un collare sottile, regale.


«Sono stata molte cose», dice. «Gatta, regina, consigliera, ombra dietro un trono».

Fa una pausa.

«Una volta mi chiamavano Cleopatra. Ma quello era solo uno dei nomi che gli umani davano al potere quando non riuscivano a capirlo».

Mi siedo per terra davanti a lei.

«Tu saresti Cleopatra?»

La gatta Inclina la testa.

«Diciamo che Cleopatra è stata una delle mie vite più appariscenti.»

Si lecca una zampa.

«Molto eyeliner. Molta politica. Poca pace. Ma ho imparato alcune cose.»

«Tipo?»

Resta in silenzio per qualche secondo, poi comincia:

«La prima: non devi diventare più dura per essere più forte, gli umani confondono spesso la corazza con il potere, ma la corazza serve a chi ha paura di essere toccato: il vero potere è scegliere chi può avvicinarsi».

Abbasso lo sguardo.

«La seconda: quando qualcuno ti dice che sei troppo sensibile, spesso sta solo dicendo che non riesce a manipolarti senza che tu te ne accorga».

Morri continua.

«La terza: non tutte le stanze meritano la tua presenza».

Con una zampa indica la sala intorno a noi.

«Alcune sembrano opportunità. Ma sono solo gabbie con sbarre dorate».

In quel momento rivedo me stessa: mi vedo seduta a tavoli troppo rumorosi, davanti a computer pieni di finestre aperte, in stanze dove cerco di spiegarmi a persone che non stanno davvero ascoltando, mi vedo sorridere quando sono stanca, restare quando vorrei andare via.


Scende dal trono e mi viene vicino.

«Questa è la verità che sei venuta a sentire: non sei difficile, sei da decifrare, c’è differenza.»

Mi si stringe qualcosa in gola.

«E se nessuno avesse voglia di decifrarmi?»

Morri mi guarda con quel suo misto di severità e tenerezza.

«Allora non sono il tuo popolo».


La sala cambia ancora: il trono scompare, le lampade si spengono e improvvisamente siamo in un giardino con palme, rose bianche, statue senza volto e un fiume lento che riflette una luna enorme.

Morri cammina accanto a me:

«Ricordati questo», dice guardando il fiume, «Una regina non convince il deserto a fiorire, porta acqua dove può nascere qualcosa, il resto lo lascia alla sabbia».

Mi siedo sulla riva, lei mi sale in grembo: è pesante e calda, proprio come nella vita vera.

«Quindi cosa dovrei fare?»

Fa le fusa. «Smettere di chiedere il permesso di essere intera».

Appoggia la fronte contro la mia mano.


Quando mi sveglio, Morri è davvero accanto a me.

Dorme storta, con una zampa appoggiata sul mio braccio e l’espressione innocente di chi non ha mai rivelato segreti imperiali in sogno.

La guardo a lungo.

Poi apre un occhio.

Solo uno.

E per un secondo, giuro, sembra sorridere.

Come se volesse dire:

Adesso lo sai.

Un gatto che dorme sulle sponde del Nilo
Un gatto sulle sponde del Nilo

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